Quando ti ammali e qualcosa dentro si blocca
Negli ultimi giorni ho avuto un’influenza. Non grave, ma intensa. Più lunga, più impegnativa del previsto. E mi ha messo davanti a qualcosa che non mi aspettavo. Vivo all’estero da 25 anni. Conosco il sistema sanitario. So come muovermi. So cosa chiedere, cosa evitare, come ottenere ciò di cui ho bisogno. Eppure, nel momento in cui mi sono ammalata, è successo qualcosa di diverso. Non volevo andare dal medico. Non perché non sapessi come fare. Ma perché ero convinta che non avrei ottenuto ciò che desideravo. E quindi ho evitato. Questo è un punto importante: non sempre evitiamo perché non sappiamo. A volte evitiamo perché pensiamo già di sapere come andrà. L’illusione dell’autosufficienza Quel blocco mi ha portata a fare tutto da sola. Ho studiato. Ho osservato. Ho monitorato. Temperatura. Ossigenazione del sangue. Respiro. Sintomi. Da un lato è stato utile: ho imparato cose nuove, ho sviluppato maggiore consapevolezza. Ma dall’altro lato, c’era qualcosa di più sottile. Una rigidità. Un rifiuto. Un modo per non entrare in relazione con un sistema che, dentro di me, non sentivo sicuro. Ed è qui che emerge un tema molto profondo: a volte l’autonomia non è libertà… è difesa. La memoria emotiva della sfiducia Nel tempo avevo vissuto e raccolto diverse esperienze legate al sistema sanitario. Alcune dirette, altre indirette. Errori. Superficialità. Modalità che non condividevo. Pensavo di averle elaborate. Ma questa esperienza mi ha mostrato che non era completamente così. Quelle memorie erano ancora attive dentro di me. E stavano influenzando il mio comportamento nel presente. Mi stavano togliendo fiducia. Mi stavano facendo sentire non protetta. Ed è stato sorprendente rendermi conto di quanto, nel momento della malattia, questa mancanza di fiducia diventi amplificata. Perché quando il corpo non funziona, la vulnerabilità non è teorica. È reale. Quando la realtà non è come te l’aspetti Dopo otto giorni senza miglioramenti, non potevo più evitare. Sono andata dal medico. E quello che è successo è stato semplice, ma profondamente significativo. Sono stata accolta con attenzione. Sono stata ascoltata. E senza doverlo chiedere esplicitamente, ho ricevuto esattamente ciò che desideravo. Controllo dei polmoni. Verifica dei parametri. Un parere onesto, senza medicalizzazione inutile. E io, in quel momento, non avevo neanche la forza di “difendermi” o di controllare la situazione. Questo è stato il punto più forte. Perché mi ha mostrato chiaramente che ciò da cui mi stavo proteggendo… non era la realtà. Era una mia proiezione. Avevo anticipato un’esperienza negativa. Avevo costruito aspettative basate su paure e memorie. E avevo reagito a quelle, non a ciò che stava realmente accadendo. Il corpo come messaggero C’è un altro livello, ancora più profondo. Io credo — e sempre più anche la scienza lo riconosce — che non esista una separazione tra mente e corpo. Quando ci ammaliamo, il corpo non sta solo “rompendosi”. Sta comunicando. Questa è una cosa che porto nel mio lavoro da anni. E che cerco sempre di ascoltare. Ma in questa esperienza ci ho messo dieci giorni prima di chiedere aiuto a un’amica per entrare davvero in ascolto. Dieci giorni. E quando il messaggio è arrivato, è stato molto profondo. Più di quanto mi aspettassi. Questo mi ha ricordato qualcosa di essenziale: anche quando lavoriamo su noi stessi, anche quando abbiamo strumenti, consapevolezza, esperienza… c’è sempre un livello più profondo. E a volte è proprio nella vulnerabilità che emerge. Ammalarsi all’estero: una sfida invisibile Ammalarsi all’estero non è solo una questione fisica. È un’esperienza complessa, che tocca diversi livelli. Pratico, perché devi navigare un sistema diverso. Linguistico, perché devi esprimerti in una lingua che non è la tua. Emotivo, perché manca una rete familiare spontanea. Non c’è la madre, la sorella, la zia che arrivano senza essere chiamate. C’è magari un partner, un amico, ma è diverso. E poi c’è il lavoro. Il senso di responsabilità. La difficoltà a fermarsi. La tentazione — o la pressione — di continuare anche quando non stai bene. Tutto questo può prolungare la malattia. O rendere l’esperienza più faticosa. E anche qualcosa di semplice, come un’influenza, può diventare più pesante di quello che sarebbe nel tuo paese d’origine. Prepararsi alla vulnerabilità Forse la riflessione più importante è questa: Non possiamo evitare di ammalarci. Ma possiamo prepararci. Prepararci non solo a livello pratico, ma anche emotivo. Informarci su come funziona il sistema sanitario. Sapere a chi rivolgerci. Chiedere in anticipo informazioni, chiarimenti. E soprattutto, creare una rete. Accordi semplici, ma fondamentali. “Se sto male, mi aiuti?” “Se hai bisogno, ci sono.” Anche solo essere accompagnati dal medico può fare una grande differenza. Perché quando stai male, anche le cose più semplici diventano più difficili. Una verità semplice, ma potente Questa esperienza mi ha ricordato qualcosa che tendiamo a dimenticare. Pensiamo di essere indipendenti. Autonomi. Capaci di gestire tutto. Finché il corpo non ci ferma. E in quel momento, emerge una verità più semplice e più umana: Abbiamo ancora bisogno degli altri. Abbiamo ancora bisogno di fidarci. Abbiamo ancora bisogno di sentirci al sicuro. Anche — e forse soprattutto — quando siamo lontani da casa. @Lara Briozzo
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March 2026
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