Uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano – e forse uno dei più sottovalutati – è il bisogno di sentirsi emotivamente al sicuro. Non parliamo di sicurezza materiale, di stabilità economica o di assenza di pericoli evidenti. Parliamo di qualcosa di più sottile, più profondo: la possibilità di rilassarsi davvero, di abbassare la guardia, di chiudere gli occhi e lasciare andare. Di fidarsi della vita, delle situazioni, delle persone. E, soprattutto, di sé. Per molte persone questo stato non è affatto naturale. Anzi. Esistono moltissimi adulti intelligenti, colti, capaci, con vite apparentemente “a posto”, che convivono con una sensazione costante di non essere al sicuro. Persone che sanno distinguere razionalmente ciò che è pericoloso da ciò che non lo è, ma che interiormente vivono come se qualcosa potesse andare storto in ogni momento. Negli ultimi anni, questa sensazione si è accentuata ulteriormente. Non solo l’insicurezza di base, ma anche la percezione che quella poca stabilità costruita con fatica sia fragile, minacciata. Il modo in cui il mondo viene raccontato, più ancora degli eventi stessi, alimenta un senso diffuso di incertezza, di perdita di controllo, di impotenza emotiva. Come se non fosse più possibile sentirsi davvero al sicuro, rilassati, fiduciosi che andrà tutto bene — o che, anche se non andrà bene, saremo in grado di affrontarlo. Il legame profondo tra sicurezza emotiva e critico interiore C’è una relazione molto stretta tra il sentirsi al sicuro e il critico interiore. Ogni essere umano impara a sentirsi al sicuro a casa, attraverso la relazione con i genitori o con le figure di riferimento. Quando questo non avviene, o non avviene a sufficienza, si sviluppa uno stato di allerta costante. Una sensazione di fondo che dice: “Non sei davvero al sicuro”. Questo stato influenza profondamente il comportamento e lo fa in un modo molto preciso: potenziando il critico interiore. Si sviluppa la sensazione di non andare mai bene, di dover restare sempre vigili perché è molto probabile che ciò che facciamo non sia adeguato. Di conseguenza, controlliamo. Controlliamo quello che diciamo, quello che facciamo, quello che pensiamo di fare. In questa dinamica, il critico interiore assume il ruolo di un guardiano. È quella parte che ci fa notare tutto ciò che potrebbe andare storto, che analizza ogni dettaglio, che anticipa scenari negativi. E così diventiamo rigidi, controllanti, iper-mentali, spesso ossessionati dal bisogno di controllo. All’inizio può sembrare una strategia di protezione. In realtà è una prigione. Quando l’allerta diventa uno stile di vita Vivere in uno stato di allerta costante ha un prezzo molto alto. A livello interiore, questa rigidità rende quasi impossibile rilassarsi davvero. A livello relazionale, limita l’intimità, la spontaneità, la possibilità di mostrarsi vulnerabili. Perché se non ci sentiamo al sicuro, aprire il cuore non è un’opzione. È facile immaginare quanto questa dinamica interferisca con le relazioni di coppia, ma riguarda anche le amicizie, il lavoro, il rapporto con il proprio corpo e con sé stessi. Vivere sempre “in guardia” significa non potersi affidare fino in fondo, non potersi fidare davvero, non potersi lasciare sostenere. C’è spesso una grande difficoltà a chiedere aiuto, ad ammettere una debolezza o un’insicurezza. Ma anche a lasciarsi coccolare, a coccolarsi, o a permettere che qualcun altro lo faccia. Si crea un vero e proprio ecosistema emotivo: faticoso, stressante, logorante. E il corpo, inevitabilmente, partecipa. Il corpo come specchio dell’insicurezza A questo stato di allerta cronica si accompagnano spesso manifestazioni fisiche legate allo stress: contrazioni muscolari, tensioni persistenti, disturbi intestinali, intestino irritabile, problematiche digestive. Non è un caso. Il sistema digestivo è il nostro “secondo cervello” ed è profondamente influenzato dal modo in cui pensiamo e da come viviamo le emozioni. Pensieri ed emozioni sono intimamente collegati. Quando viviamo in uno stato di insicurezza costante, il corpo perde la sua capacità di autoregolarsi. L’omeostasi — quell’equilibrio naturale che potrebbe essere molto più sereno — viene continuamente disturbata. Tornare all’origine: l’infanzia(senza cercare colpe) Se torniamo all’origine di tutto questo, spesso incontriamo l’infanzia. Ma è importante dirlo con chiarezza: non si tratta necessariamente di una “colpa” dei genitori. Nella maggior parte dei casi, i genitori fanno del loro meglio con le risorse che hanno — livello di consapevolezza, esperienza, ferite non guarite. Ciò che spesso crea insicurezza è l’intersezione tra le capacità genitoriali e la realtà specifica del bambino o della bambina. Esistono bambini con una sensibilità estremamente raffinata, spesso accompagnata da capacità cognitive e intellettive molto al di sopra della media. Questi bambini vedono, sentono, comprendono molto più di quanto gli adulti immaginino. Se questa sensibilità non viene riconosciuta e accudita in modo adeguato, può diventare disorientante e difficile da contenere. Pensiamo al bambino che ascolta i discorsi dei genitori: loro credono che non capisca perché è piccolo, ma in realtà comprende molto di più. O al bambino che a sei anni legge già libri complessi, magari testi per adulti, carichi di immagini e significati troppo intensi per la sua età. Il messaggio implicito che può interiorizzare è semplice e potente: il mondo non è un posto sicuro. Ancora una volta, non per cattiveria o negligenza consapevole. Ma per un mismatch tra ciò di cui il bambino ha bisogno e ciò che l’ambiente è in grado di offrire. Il critico interiore: da protettore a amplificatore dell’insicurezza Quando la sicurezza non è stata interiorizzata, diventa qualcosa che va continuamente garantito. Non è data, va controllata. Ed è qui che il critico interiore assume un ruolo centrale. Diventa la voce che dice: “Stai attento.” “Anche questo potrebbe andare male.” “Sei sicuro di volerlo fare?” “Non mi sembra sicuro.” Porta esempi, scenari, ipotesi, storie di pericolo. Anche quando il pericolo è solo potenziale. Anche quando è improbabile. Il suo obiettivo è dimostrare che il rischio esiste. Ma così facendo non protegge. Peggiora la situazione. Diventa un amplificatore dell’insicurezza di base, un moltiplicatore della paura, un ostacolo alla fiducia e al rilassamento. Coltivare sicurezza dall’interno La buona notizia è che il senso di sicurezza emotiva può essere coltivato. Spesso esistono ferite antiche che possono essere guarite affinché il bambino interiore possa finalmente sentirsi al sicuro con l’adulto che siamo diventati. Quando questo accade, il critico interiore non scompare, ma smette di essere l’unico responsabile della nostra protezione. È l’adulto consapevole che prende in carico la cura, la presenza, la rassicurazione. Immaginare il proprio bambino interiore, ascoltarlo, tenerlo simbolicamente sulle proprie ginocchia, rassicurarlo fino a sentire un reale ammorbidimento interno. Fino a quando non emerge la possibilità di giocare di nuovo, di creare, di sperimentare. Da qui nasce una nuova esperienza di sicurezza: la capacità di rilassarsi, di fidarsi, di distinguere ciò che è realmente pericoloso da ciò che è semplicemente sconosciuto. L’allerta immotivata si attenua e lascia spazio a una fiducia più matura, radicata, incarnata. Questa è la connessione profonda tra sicurezza emotiva e critico interiore. Comprenderla non è solo un atto di consapevolezza: è un primo passo concreto verso un modo diverso di stare nella vita, nelle relazioni e dentro di sé. Domande di riflessione Puoi prenderti qualche minuto e rispondere per iscritto o semplicemente ascoltare cosa emerge:
AuthorLara Briozzo Therapy, Coaching, Meditation, Family Constellations, Qigong
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